Il Filo Rosso – Il Teatro Sacro

Il filo rosso - il teatro sacro

Il Filo Rosso – Il Teatro Sacro

Il Teatro è necessario?

È il 26 gennaio 2021, c’è una pandemia mondiale e io sono in Lombardia, faccio teatro, tra un mese è praticamente un anno che non lavoro, perché il teatro esiste e resiste da che esiste l’uomo, ma è ancora (e probabilmente sempre sarà) relegato ai margini di una società che continua a dire a se stessa di poterne fare a meno, che tutto sommato il teatro non è poi così necessario.

Noi sappiamo che invece il teatro è necessario, sappiamo anche che esiste da che esiste l’essere umano, dunque in qualche modo il teatro sopravvivrà anche al Covid-19, non so come e in quale formula, ma so che continuerà ad esistere fino a che esisteranno gli ultimi due esseri umani, non una persona di più, su questa terra.

Intanto cerco di sopravvivere io e mi concedo il privilegio di fare Yoga… Così, dopo un anno di pratica tre volte alla settimana, cascasse il mondo, tra un asana e l’altro, un simbolo, gli animali, in equilibrio sui chakra, tra una casa e l’altra, i tetti, i boschi e la quarantena, ho preso appunti sui richiami tematici, simbolici e fisici che ho incontrato sia con lo yoga che con il teatro e ora mi ritrovo a seguire questo filo rosso delle cose che tornano per dirci qualcosa, io personalmente cerco di rispondere dentro di me alla domanda: Perché il teatro è necessario?

Cercherò di seguire questo percorso in cui un’arte, quella teatrale e una filosofia di vita, quella yogica vanno ognuna per la propria strada, incontrandosi in alcuni punti, punti che sono nodi da sciogliere, nodi che sono fisici, spirituali ed emotivi, percorrono esperienze parallele: per esempio nell’esperienza delle prime volte, nell’ascolto di ogni piccola sensazione fisica; nell’esperienza creatrice del portare fuori da noi l’energia che si è creata precedentemente dentro di noi; lavorando su singoli significativi e simbolici parti del nostro corpo e del nostro Io, i nostri archetipi, i nostri caratteri, quello che celebriamo, come lo celebriamo, cosa chiediamo e come stiamo; in fine nel restituire con onestà quello che siamo disposti a ricevere.

A volte siamo così aperti, spalancati, a volte siamo anche così in ascolto e bestiali che un filo d’erba sospeso potrebbe farci saltare in aria.

Per sviare alla spaventosa sacralità delle cose si può anche usare la tecnica del “portarsela a casa” , ne sono maestra, ma non si sceglie il teatro per portesela a casa, anche se, male che vada, sono stata in ascolto del mio respiro, concentrata, fatto stratching, rafforzato il corpo; bene che vada mi sono concessa il lusso di lasciarmi andare nel flusso della respirazione, in ascolto, senza giudizio, in connessione col corpo e il corpo nello spazio, il corpo con gli altri corpi e dai corpi le voci, i suoni, l’atmosfera, l’energia, tutto ciò che non è visibile, di cui si fa esperienza reale.

A fine pratica, male che vada mi calmo, riposo, mi fortifico, ma bene che vada mi sono concessa il lusso di lasciarmi andare nel flusso della respirazione, in ascolto, senza giudizio, in connessione col corpo e il corpo nello spazio, la calma e la fiducia. Può succedere di sentirsi rinati, pronti ad affrontare una situazione, con le idee un po’ più chiare su chi siamo e su come stiamo, più centrati…

Il filo rosso - il teatro sacro

La magia del Teatro

È quello che dovrebbe succedere all’attore quando si manifesta la magia, cioè quando tutti i pezzettini che compongono la scena vibrano della stessa energia e tutti hanno la stessa sensazione di essere parte di qualcosa di unico e irripetibile: quello è il teatro che si manifesta, il resto è provare provare provare provare; altro è “portarsela a casa”, ma come già precedentemente suggerito “non si sceglie il teatro per portarsela a casa”, come non si sceglie lo yoga per fare ginnastica, anche se, male che vada…

Il teatro resiste per questo: è noto (lo sto inventando adesso) che colui che nella vita ha provato almeno una volta la magia del teatro, passerà il resto dell’esistenza a cercare di riacchiapparla.

All’inizio è la magia delle prime volte: ci sono esercizi di teatro per sviluppare sensi e istinto alla fine dei quali si ha la sensazione di essere appena venuti al mondo e di scoprirlo per la prima volta. L’energia delle prime volte è potentissima, l’attore deve imparare a non perdere il potere di scoprire la scena con gli occhi puliti di chi ancora non sa. Tutto quello che gli è richiesto a quel punto è predisporsi per ricevere quello che arriva (training) e predisporre perché accada (esercizi teatrali, improvvisazioni) e poi scivolarci dentro senza distruggerla, farsi tramite senza sporcare, prendere quello che arriva e trasformarlo in funzione di qualcosa… bazzecole insomma, sono richieste all’attore, bazzecole… il tutto mantenendo la perfetta armonia delle dualità: tra lucidità e abbandono, controllo e istinto, dentro e fuori, inspiro ed espiro, qui ed ora. L’attore deve anche imparare a fare spazio, a gestire le emozioni, spesso intense e atipiche, a lasciare andare l’ego.

L’attore deve saper fare tutto questo contemporaneamente mentre è lì che si dà in pasto a un mondo che non lo riconosce ma a cui sente di dover donare qualcosa?

Sì, oppure può fare finta di darsi e non farlo, rompere il patto di fiducia, non crederci e fingere di farlo.

Esistono, certo, attori che “fingono”, che ti fanno credere che qualcosa sia accaduto, ma si percepisce che qualcosa non torna, manca la magia. Fingere è la via più facile per non andare a fondo, talvolta non è nemmeno la via più semplice, ma è solo quella richiesta.

È bene ricordare che esistono anche gli artisti che investono tutto il loro tempo, le loro risorse e le loro energie per andare a fondo, per darsi al pubblico per una causa più alta, talvolta sentono qualcosa di magico, altre volte non accade nulla, altre volte sono tormentati. I primi appartengono alla categoria di Teatro che Peter Brook definisce Teatro mortale, i secondi appartengono invece a quello che dà titolo a questo primo articolo: sua maestà il Teatro Sacro, che a prescindere dalle definizioni, altro non è che il teatro delle origini. Ogni civiltà infatti affonda le proprie radici teatrali nella sfera della sacralità, del rituale, della celebrazione.

Il filo rosso - il teatro sacro

Il Teatro Sacro

Peter Brook definisce il Teatro Sacro citando Artaud: “il teatro che rende visibile l’invisibile”, bazzecole, e infatti Artaud ha avuto qualcosa come una cinquantina di elettroshock, ma questa è un’altra storia… appunto. Per dire, non lo dite a un artista che non ti puoi fidare perché mente, perché lui magari è di quelli che invece alla magia ci crede e non sai cosa è disposto a fare perché tu ne possa fruire, lo fa per sé, ma lo fa pure per te, credimi!

È l’unica arte che presuppone nella sua stessa definizione che ci sia almeno una persona che ne guardi un’altra vivere uno spazio. In quel vivere uno spazio esistono infinite possibilità, ma tutto comincia da quei tre elementi: due elementi umani con ruoli diversi e uno spazio. Da qui in avanti tutto è possibile, ma Grotowski ci ricorda che basta quello perché si  manifesti, poi puoi metterci dentro quello che vuoi, ma ricorda che in principio bastate tu e lo spazio in cui sei, tu e la connessione con l’altro. Poi possiamo inserirci il gesto, le voci, le parole, le musiche e le luci, possiamo metterci i costumi di scena, possiamo ricordare tutto a memoria, possiamo essere bellissimi, ma in principio basta che tu ci sia, presente e vivo, che ci sia il tuo respiro, che tu lo senta, che possa anche il pubblico sentirlo, che ci siano la cura e il rispetto del luogo da parte di chi lo abita e da parte di chi lo transita, e che il pubblico possa sentirsi parte della messa (in scena). Non lo farà, se non lo farà l’attore o se fingerà di farlo, il pubblico “vergine” non sa, ma percepisce.

Grotowski suggerisce di partire da quello che c’è, dal necessario.

Mi pare se non altro un ottimo consiglio in tempi di pandemia.

Il teatro di mestiere risolve i problemi

Il teatro imbroglia e sbroglia

ma più di tutto mi ha insegnato

a dare importanza al più piccolo granello di polvere

nel sacro di uno spazio

nella sacralità di un momento

in cui da noi si creava tutto

e tutto era lì per quello.

 

Dott.ssa Fousau

1 Comment
  • Agnese Robustelli Della Cuna
    Posted at 00:04h, 17 Febbraio Rispondi

    Grande dott. Fousau ,la sacralità del tuo scritto è un vero invito al vivere credendo alla magia , al potere dell’ essere umano di poter evolvere essendo un corpo nel momento presente e facendo arte ❤️

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